Il mio content model è nato alla terza versione
Due plugin di clienti, una versione funzionante buttata, tre tassonomie: il percorso che ha portato il mio content model dentro WordPress.
Da sviluppatore sto in fondo alla catena: è lì che arrivano tutti i pezzi di un progetto, e lì devono stare insieme. Per anni li ho visti arrivare spezzettati, ognuno scritto nel suo dialetto. Non credo che il problema siano le persone o i team: credo che manchi una lingua comune. Questo è un ragionamento aperto su cosa potrebbe cambiare, per chi coordina, se ce l’avessimo.
Pensa a come nasce un contenuto in un progetto web: lo stesso contenuto passa per sette mestieri.
Nessuno lavora male: ognuno difende il suo pezzo, giustamente. Il problema nasce nei passaggi. Capita che piano editoriale, schema e argomenti vengano decisi in un reparto senza confrontarsi con chi ha definito le personas, o con chi scriverà i testi. Non per cattiva volontà: perché manca un posto dove quelle decisioni si incontrano, e una lingua per farle incontrare.
Se coordini un progetto, questo problema lo conosci anche se non lo chiami così. Lo vedi:
Spesso chi ricorda cosa intendeva ciascuno, e lo ripete al successivo, è proprio chi coordina. La mia ipotesi è che una lingua comune sposti questo lavoro dall’inseguimento alla prevenzione. Non è una promessa: non l’ho ancora vista funzionare in un progetto completo. È un ragionamento.
Tre conseguenze, con il loro perché:
Me ne sono accorto mentre costruivo il plugin che oggi fa girare questo sito. Partivo da due progetti per due clienti, e in entrambi esisteva qualcosa che si chiamava Topic:
Finché ogni progetto restava sul suo sito, nessuno se ne accorgeva. Il giorno in cui dovevano diventare uno solo, la domanda è stata inevitabile: Topic, esattamente, che cos’è? Se succede tra due progetti seguiti dalla stessa persona, immagina tra sette mestieri.
Non propongo un software in più, ma un dizionario minimo: quattro coordinate che descrivono ogni contenuto prima che venga prodotto.
Sono domande a cui ognuno, nel suo mestiere, sa già rispondere. La differenza è rispondere insieme, all’inizio. Poi ognuno usa le stesse risposte con i suoi strumenti: lo sviluppo nella struttura, la SEO nei dati strutturati, l’analisi nei report. Lo chiamo Bebop Content Model, ma il nome conta poco.
Oggi una buona parte di una riunione va a riallinearsi: cosa intendevi, a chi era rivolto, perché proprio adesso. Con un dizionario comune credo che la domanda cambierebbe:
Non una riunione in meno, forse: una riunione che decide invece di tradurre.
Lo dico onesto: questo è un ragionamento, non un metodo collaudato. Il dizionario esiste, e un plugin che ho creato lo fa già girare su questo sito. Quello che manca è il metodo e il flusso: chi decide le coordinate, in quale momento del progetto, con quale documento, e chi le verifica. Ci sto lavorando, e non credo di poterlo fare da solo.
Ed è qui che chi coordina conta più di tutti. Un dizionario senza un flusso resta un glossario in un cassetto. Il flusso, in un team, lo disegna chi ne tiene i fili.
Se vuoi girarlo al tuo team tecnico, la stessa lingua è raccontata dall’interno in tre pezzi:
Per anni il mio pezzo è stato il codice, e per fare bene quel pezzo ho dovuto imparare la lingua della SEO e quella dei dati. È stato lì, dal banco da sviluppatore, che ho capito una cosa: il mio pezzo non mi bastava. Se ognuno guarda solo il suo, alla fine del flusso qualcuno deve ricucire tutto, e non sempre ci riesce senza tradire qualcosa.
Un dizionario comune è il modo che ho trovato per smettere di ricucire e iniziare a suonare insieme. Non so ancora se funzionerà in ogni progetto. So che vale la pena provarci con chi coordina.
E tu che coordini un progetto: qual è la parola che, nei tuoi team, cambia significato da una scrivania all’altra?
Se hai una risposta, o un dubbio, scrivimi: è esattamente il confronto che mi serve. Se invece vuoi prima capire il modello per intero, parti dalla pagina del Bebop Content Model.